L’Amore ai Tempi di Youporn

Vodka-lemon. Il ghiaccio inizia a sciogliersi e io, seduto al bancone, tengo la mano alla mia ragazza ascoltando curioso l’ennesimo goffo tentativo di abbordaggio da parte di quello che sarà approssimativamente il quinto sconosciuto da quando siamo entrati in discoteca. Lei non è la mia ragazza. Quella non è una discoteca. E, soprattutto, in pista dietro di lei c’è un cinquantenne in tanga che si sta facendo fare un pompino da una giunonica ventenne. Ma forse è meglio procedere con ordine.

In una scala da Fabio Fazio a Lele Mora non mi sono mai ritenuto una persona particolarmente viziosa, meritandomi al massimo una sufficienza risicata, duramente sudata a suon di coma etilici. Lungi da me predicare moralismi di sorta, semplicemente non sono mai stato attratto né dalle droghe, né tantomeno dalla movida notturna milanese. Ho semplicemente ritenuto, fin da giovanissimo, che ci fossero modi molto più intelligenti di spendere i miei soldi: ad esempio costose cene o i cofanetti di Doctor Who. Anche quella sera tutto è iniziato con la più innocua delle cenette. Finito di mangiare, decidiamo di proseguire la serata in un locale e, dopo aver escluso qualunque posto che riveli come Provaci Ancora Sam possa essere un’accurata descrizione del mio talento di ballerino, optiamo per andare a bere in qualche posto più tranquillo. La serata sarebbe naturalmente conversa verso la sua più naturale conclusione -il coma etilico-, ma bevendo uno shot di vodka col barista veniamo a sapere dell’esistenza di bizzarri circoli privati che in maniera più o meno accurata fanno il verso a quell’Eyes Wide Shut mai troppo amato dalla critica, ma indimenticato tra i meno fini amanti (di Kubrick).

In un periodo in cui 50 Sfumature di Grigio è stato capace di riportare alla lettura i cresciuti orfani di Moccia, la fenomenologia di una simile serata ci pareva degna di un’attenta analisi socio-culturale. O forse avevamo solo esagerato col vino. Tant’è che, senza l’esitazione che sarebbe stata propria del buon senso, diciamo al suddetto barista di procurarci un invito per andare lì quella sera stessa.

Una volta arrivati davanti al locale tiro fuori due maschere bianche dal bagagliaio terrorizzato dal fatto che qualcuno all’interno possa avere la bislacca idea di immortalarmi e di trasmettere in mondo visione la mia presenza in un simile baccanale. L’attento lettore si starà chiedendo cosa io ci facessi con delle maschere bianche nel bagagliaio: tuttavia alle volte è meglio non farsi certe domande. All’ingresso ci accoglie un ragazzo straordinariamente giovane: Mario. No, non si chiama davvero Mario, e no, qui non c’entrano questioni di tutela della sua privacy: semplicemente, sebbene si sia presentato almeno un paio di volte, non ricordo minimamente come si chiami. Nel giro di qualche battuta scopriamo che Mario ha 19 anni, che è gay e che ci troviamo in un circolo sado-gay che una tantum ospita serate aperte alle coppie eterosessuali volenterose di provare qualcosa di diverso.

A quel punto della serata sarà facile immaginare come le mie aspettative su cosa potessi trovare in un locale simile oscillassero tra Dario Argento e Sasha Grey. Nonostante l’evidente delusione di Mario, decidiamo di addentrarci per il locale senza spogliarci: inizialmente ci pareva la cosa ovvia da fare, ma la nostra non-nudità ci avrebbe da lì a poco resi facilmente identificabili se non come “quelli diversi”, quanto meno come “quelli nuovi”. Se dovessi scegliere la cosa che più mi ha stranito di tutta la situazione non penso sceglierei né le modelle incatenate al muro né la naturalezza con cui le persone sembravano a proprio agio in pubblici atti sessuali. La cosa più bizzarra dell’intera vicenda era l’educazione. Chiunque ci si avvicinasse, consapevole del nostro essere novizi, ci rendeva protagonisti di dialoghi che a scriverli hanno del meraviglioso:

Vi creerebbe disagio se, qualora decidiate di fare qualcosa, io volessi masturbami nella stessa stanza?

Signorina, vi darebbe fastidio se mi unissi a qualunque cosa voglia fare col suo ragazzo?

La sua ragazza non si offende se, mentre lei la lega, io le tocco i seni?

Ma la palma di migliore, penso vada di diritto a

Qualora non abbia voglia di ingoiare lei, posso farlo io?

A questo punto del racconto mi aspetto tre tipi di reazioni tra i lettori:

  1. Balle: sta sicuramente esagerando al fine di avere una storia scorrevole.
  2. Sarà stato sicuramente un posto per dar sfogo alle perversioni di ricchi annoiati.
  3. L’indirizzo, datemi l’indirizzo!

Non potendo compiacere la terza categoria, mi duole deludere anche le due precedenti. Non solo è tutto vero, ma era anche molto più naturale di quello che si potrebbe pensare. Soffermandoci a chiacchierare con tutti coloro che si lanciavano in discretissimi tentativi di orgia, abbiamo realizzato come la maggior parte dei belli presenti in sala venisse in realtà dalle più umili professioni: cassieri/e, stewart/hostess, e persino una maestra elementare. Non trattandosi dell’Eden del sadomaso, l’ingresso non era evidentemente vincolato all’avere sembianze semi-divine, sebbene questa categoria avesse l’evidente vantaggio di non dover pagare un biglietto a Mario. I brutti erano per lo più over50 che, abbandonate le mogli a casa, si eccitavano passivamente guardando i più giovani riprodursi in maniera non esattamente ortodossa. Occasionalmente anche i brutti tentavano l’approccio, ma pur senza difettare di educazione, consapevoli della loro difficoltà di concludere o forse solamente affascinati dal voyerismo, si limitavano a offrire cene alle coppie presenti in cambio della loro compagnia e qualche foto. Ciò non vuol dire che non fosse possibile trovare brutti ammanettati a qualche parete frustati con regolarità da bellissime ragazze, né che le suddette ragazze si rifiutassero categoricamente di fare per principio qualcosa con loro.

E’ proprio questo il punto che più volte ci ripete Mario: si può fare senza timore quello che si vuole, ma nessuno può costringerti a fare alcunché. Alla solenne ritualità di stampo Kubrickiano, faceva posto un selvaggio desiderio di condividere la proprie fantasie sessuali senza timore di venire giudicati, ma anche con la curiosità di scoprire e trovare nuovi stimoli. Quasi tutti quelli con cui parlavamo ci dicevano come si fossero avvicinati più o meno casualmente a quel mondo e come la libertà sessuale che ne derivava fosse più potente di qualunque droga avessero provato in vita. L’assenza totale di giudizi era la chiave di volta: dietro a un rifiuto non si nascondeva la glaciale coltellata di un

mi fai talmente schifo che piuttosto che far sesso con te mi farei penetrare da Malgioglio

che tutti gli uomini hanno sentito tra le costole almeno una volta. C’era piuttosto il semplicissimo quanto consolante

oggi non mi va di fare sesso con te; domani potrei cambiare idea

I due concetti, dal contenuto apparentemente identico, nascondono un’abissale differenza: la speranza. In un posto del genere, sia che fossi bello che tu fossi brutto, nessuno si permetteva di smettere di credere di avere una possibilità, fosse anche con la più statuaria delle ragazze. Ciò non avveniva per un morboso bisogno di essere accettato auto-alimentato dalla promiscuità dell’ambiente, quanto piuttosto per una deresponsabilizzazione del sesso trattato alla stregua di una partita di tennis. Quello che in realtà si preannunciava essere come un luogo di mostruosa dissolutezza, ci aveva dato modo di conoscere, seppur per una sola sera, splendide persone tanto vogliose di divertirsi quando rispettose dei sentimenti altrui.

Non ho sentito il bisogno di andare via per qualsivoglia pressione derivante dal non voler fare nulla, né perché trovassi inutile il restare seduti in un posto del genere a parlare con degli sconosciuti. Sono andato via perché incapace di quel tipo di libertà. Resto membro asservito di una società che incatena ad altrui giudizi che impediscono di provare animalesca attrazione fisica per qualcuno che la zia Cesira troverebbero spiacevole, tanto esteticamente quanto moralmente. Non sto dicendo sarebbe giusto vivere senza alcun freno, né che mi piacerebbe lanciarmi nella più totale banalizzazione di ogni atto sessuale. Dico solo che a volte è davvero solo sesso e che probabilmente l’essercene dimenticati e avergli dato tutta questa importanza ci ha allontanato dalla nostra antropologica umanità. Ma non era nemmeno il disagio a spingerci ad andare via: quel microcosmo stava naturalmente espellendo due corpi a lui estranei.

Adrian Veidt

Nato da genitori immigrati negli Stati Uniti, presto rimane orfano ed entra in possesso di una cospicua eredità. A 17 anni, però, devolve tutto in beneficenza, convinto che la sua incredibile intelligenza e forza di volontà, e non le ricchezze, siano tutto ciò di cui ha bisogno per fare strada nella vita.

Ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e dai faraoni, Veidt intraprende un viaggio di auto-scoperta sulle tracce del condottiero, attraversando il mar Mediterraneo, l'Asia Minore e la Persia.

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