Li Jalantuùmene

Premessa d’obbligo: abbiamo qui volte ribadito che intendiamo parlare solo di ciò di cui siamo più competenti, mettendo a frutto le nostre esperienze, i nostri reportage, e il nostro sapere. Nell’accingermi a recensire una serata presso il locale Li Jalantuùmene non intendo spacciarmi per un esperto di alta cucina, dal momento che non saprei da che parte iniziare per cuocere un risotto. Tuttavia, posso sì dirmi esperto del buon mangiare, dilapidando i miei umili averi nei più blasonati ristoranti con l’unico scopo dichiarato di appagare la mia gola e di compiacere la commensale di turno, ça va sans dire. Questo mio commento, non vuole essere una mera descrizione di ciò che abbiamo mangiato, sarebbe riduttivo vista l’esperienza, ma piuttosto un commento all’intera serata.

Dopo aver visitato il Santuario di San Michele Arcangelo, uno dei luoghi sacri del pellegrinaggio cristiano, decidiamo di recarci nel suddetto ristorante su indicazione del mio attempato -ma infallibile in quanto a ristoranti- babbo. L’accoglienza è delle migliori, il personale di sala ci accompagna al tavolo in un ambiente tanto accogliente, quanto ben curato. A un primo colpo d’occhio, la carta dei vini ci pare un pelo sfornita, ma l’equivoco si chiarirà non appena lo chef Gegè Mangano ci spiega che ha a disposizione qualunque bottiglia noi si desideri, anche le più care e ricercate, semplicemente in questo periodo dell’anno aveva preferito snellire la carta per andare incontro alla pigrizia dei turisti.

Nel menu degustazione scelto, ci vengono proposti una serie di piatti di eccelsa qualità che ripercorrono le ricette della tradizione pugliese in chiave d’autore: basti citare le orecchiette alle cime di rapa. Si sa di come gli occhi siano da sempre in grado di mangiare molto più di quanto non lo sia la bocca, e tanto io quanto la ragazza a tavola con me ci siamo fatti tentare da un paio di squisiti antipasti fuori menu per allungare la lista degli assaggi locali. Questa nostra cupidigia culinaria ci è poi costata cara al momento del primo, forzandoci ad abbandonare nel piatto parte delle succulente orecchiette, e rivelando così tutta la nostra amatorialità in quanto a recensori di locali gourmet. Tuttavia, la cosa ha allarmato (non poco) il buon Gegè che ci ha tenuto ad assicurarsi che la portata fosse all’altezza e che non fosse tornata indietro perché non di nostro gusto. Il siparietto, che così raccontato potrebbe sembrare goffo, è stato da noi molto apprezzato: era chiaro come dietro quel semplice gesto si nascondesse tutta la passione di una persona che ama quello che fa e che ci tiene a far rimanere soddisfatta la propria clientela.

Se dovessi poi scegliere un piatto su tutti, non posso che menzionare il panino del muratore. Facile sarebbe immaginarsi il più succulento degli sfilatini colmo di salumi e formaggi: tutt’altro. Il piatto servitoci era composto da due sfoglie di pane fritto con l’uovo, come vuole la tradizione, al cui interno giacevano appoggiate cicorielle di campo e pomodori semi-dry. Tante volte un piatto bellissimo a vedersi risulta poi essere di dubbio gusto, rendendo compiaciuti solo coloro che sono più attenti all’aspetto che alla sostanza. Se sicuramente questa categoria non resterebbe delusa dal panino del muratore, sicuramente non potrebbero aver niente da ridire nemmeno i più fini esperti di cucina gourmet. E, per rimanere in tema di langue d’oil: chapeau.

Come dicevo però, questa non vuole essere la critica di un’esperto, ma piuttosto il diario di viaggio di una persona a cui piace mangiar bene. Per questo motivo, nel momento in cui per qualche istante (leggasi decine di minuti) ho perso di vista la ragazza per impellenti telefonate alle amiche, non posso non annotare la piacevole chiacchierata fatta con lo chef Gegè. Dietro le sue parole, il suo lavoro, la sua passione si vede la voglia di un uomo di crescere professionalmente e di migliorarsi sempre più, arricchendo la propria già immensa conoscenza culinaria con stage che rendano la sua cucina ancor più completa. Dopo pochi istanti sembrava una chiacchierata tra amici di vecchia data che parlano della loro comune passione: nessuna stella Michelin (che senza dubbio un posto del genere meriterebbe) potrà mai descrivere questa sensazione.

Se non si fosse capito, consiglio caldamente a tutti coloro che vogliono visitare la Basilica di Monte Sant’Angelo di completare la propria esperienza fermandosi a mangiare da Li Jalantuùmene: a una cucina che nulla ha da invidiare agli stellati pugliesi, si abbinerà un panorama mozzafiato e un clima che, a doverlo definire, direi di familiarità gourmet.

Adrian Veidt

Nato da genitori immigrati negli Stati Uniti, presto rimane orfano ed entra in possesso di una cospicua eredità. A 17 anni, però, devolve tutto in beneficenza, convinto che la sua incredibile intelligenza e forza di volontà, e non le ricchezze, siano tutto ciò di cui ha bisogno per fare strada nella vita.

Ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e dai faraoni, Veidt intraprende un viaggio di auto-scoperta sulle tracce del condottiero, attraversando il mar Mediterraneo, l'Asia Minore e la Persia.

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