Talia, ovvero sulla Musa della Commedia

Settembre, Milano, devo iniziare il secondo anno in università. Siamo appena tornati tutti dalle vacanze,  in quel limbo in cui ancora non devi iniziare a lavorare però le vacanze sono già finite. Elena e Marta mi aspettano all’ingresso della fiera. Per loro questo limbo è anche più accentuato: hanno finito la maturità e sono tre mesi che non fanno nulla. Elena ha deciso di fare scenografia a Brera. Vuole continuare ad avere la mente nell’arte pur senza essere abbastanza brava. Marta invece andrà a lavorare; ha trovato come pasticcera.

Elena si è impegnata a vestirsi per bene ma cerca di nasconderlo, mentre Marta trasandata lo è per davvero. Prima ancora di riuscire a vederle, già sento le loro voci. Elena è agitata, vuole entrare subito “Prima che finisca tutto, in fondo è un posto molto frequentato”. Marta le dice qualcosa che non sento cercando di calmarla e guardandosi attorno. “O! Eccolo” risponde Elena. Marta si gira e squittisce, come fa sempre. Mi abbraccia e mi saluta “Ciao pony!”. Saluto anche Elena. Entriamo dentro la fiera che poi altro non è che un enorme mercatino dell’usato. Bigiotteria e cianfrusaglie, ma nessuna è bella abbastanza. Duemila appendini con maglie e maglioni, camicie e cappelli, pantaloni e pellicce. In fondo, in un cortile, ci sono banchetti di dolci: c’è lo zucchero a velo. Nel mezzo c’è uno spettacolo per bambini. Mi fermo a vedere. Un ragazzo fa animali di palloncini. Il tutto, mercatino compreso, ha un aria da circo anni ’20. Forse c’era un tema all’evento, ma me lo sono perso. Forse Elena me lo aveva raccontato ma, come sempre, l’avrò ignorata. Elena e Marta sono ferme dall’altra parte a guardare orecchini mentre io continuo a fissare lo spettacolo. Mi siedo in mezzo ai bambini. L’attore è un clown, ma senza parrucche colorate o vestiti stupidi. Ha un naso rosso, braghe larghe e vestiti trasandati. Sembra più un barbone che il pagliaccio di Hit e la cosa tutto sommato mi tranquillizza, anche non riesco a togliermi di dosso la sensazione di star ridendo di un pezzente e delle sue sofferenze.

Torno a vagare per le bancarelle. Avrei bisogno di una camicia, ma non ho soldi né con me,  né a casa. Marta mi trova: ha comprato lo zucchero a velo. “Hai visto cosa ho preso?”. Odio lo zucchero filato. Ne mangio un po’. Faccio un po’ di giri con lei e mento quando mi chiede cosa ne penso di quello che prova. Alla fine usciamo e io mi ritrovo con una borsa di tela dell’evento: la regalerò a mia madre, potrebbe piacerle. Usciti conveniamo che è stato un pomeriggio piacevole. Marta slega il motorino e mi passa il casco mentre Elena prende la bici. Nel mentre loro due finiscono di parlare. Elena dice qualcosa a proposito di un ragazzo e di stasera. Come sempre, ci fermiamo altri 10 minuti in mezzo alla strada a parlare. Alla fine Elena se ne va. Noi saliamo sul motorino e andiamo. Come sempre, l’abbraccio e mi rannicchio sulla sua schiena. Ho paura di guidare, ma farmi portare da qualcuno è tranquillizzante. Solo una volta ho provato a guidare io. Con Marta. Tornavamo alle 5 dal Magnolia e le ho chiesto di provare. Dopo 200 metri di ansia ci siamo scambiati di posto. Ha riso, mi ha dato un bacio e ha ripreso a guidare lei. Il sole sorgeva e ci abbagliava. Il freddo della prima estate ci faceva tremare quando andavamo in strada. Anche adesso abbiamo il sole in faccia, ma ora tramonta. Si sente il fresco delle ultime sere d’estate, come sempre.

Tornati a casa, Marta si mette a cucinare. Io l’aiuto tagliando verdure. L’idea è quella di fare una torta salata. Arriva Alberto. Sono mesi che non lo vedo. Ci abbracciamo e lui inizia a raccontare dove è stato l’estate. Alberto saluta anche Marta abbracciandola e alzandola di qualche centimetro. Prendiamo una birra e lui continua con la sua voce forte a raccontare storie. Azzurra arriva poco dopo.

Io e Alberto andiamo ad aprire mentre Marta cucina. Azzurra è sempre più magra. Ci saluta con la sua piccola voce. Lascia la borsa per terra e lancia via le scarpe. Va da Marta in cucina ondeggiando sui suoi piedini. Ruba una carota e prende uno strano succo che si è portata dietro. Inizia a raccontarci di come faccia bene e di come abbia deciso di non bere più birra. Alberto le mostra il dito medio con l’anello, beve la sua birra, e le rutta in faccia. Scoppio a ridere mentre Azzurra gli tira uno schiaffetto sulla spalla ridendo a sua volta.

Io e Alberto ci spostiamo sul divano mentre Azzurra continua a parlare a Marta delle sue nuove diete.  “Questo Dealer’s Choice come lo vedi?” mi chiede Alberto. “Sono un po’ preoccupato; potrebbero esserci fin troppi problemi. Hai letto il testo? È impegnativo. Non so se me la sento. Sbaglio una battuta e tutto sparisce. Adrian poi vuole che tutto sia un meccanismo di incastri e precisione, e io ci rimetto la testa se non sto attento”. Mi sdraio e mi metto un braccio su gli occhi. “E cosa vorresti fare? Ancora From Hell?” Scoppio a ridere “Con la cagna? Piuttosto mi sparo.” Mi alzo e cammino in salotto. “E poi anche lì, tutta la compagnia è sparita. Stefano, Manuela, Camillo. Pure Luca non ne vuole più sapere: sarebbe tutto da rifare. Potremmo rifare L’amante! Quello ci veniva bene, e bastiamo solo noi due. Sappiamo come funziona, che bisogno c’è di cambiare?. Alberto appoggia la testa sui cuscini e allarga le braccia. “Non possiamo neanche continuare a fare la stessa cosa per sempre”. Mi fermo in mezzo alla sala. Da fuori sembra che stia pensando, ma sto solo cercando di cacciarli, i pensieri. Non voglio preoccuparmi. Non voglio ascoltare Alberto e non voglio capire.

In un incredibile sforzo decido che è meglio sembrare vivi e vado a preparare la tavola. Ci mettiamo a mangiare. Alberto continua a raccontare di quello che ha fatto e di quante donne ha visto. Azzurra ci racconta i suoi progetti di trasferirsi in Danimarca “Vado, lavoro un po’, studio, faccio cose. Dovreste venire anche voi!” Alberto le ride in faccia. Marta stridula di sì, ma ha uno strano sguardo, un po’ triste. Andare in Danimarca non sarebbe un opzione orribile nemmeno per me, ma di sicuro non mi trasferirei per stare vicino ad Azzurra. Marta è affettuosa. Fin troppo.

Finita la cena, Azzurra ci informa che lei sarebbe andata a ballare e, uscendo, chiede a Marta se intende raggiungerla. “Starò con i due ponies qui” risponde Marta. Sono contento, almeno passo più tempo con Marta e Alberto. Restiamo assieme soli noi tre un po’, ma poi verso le undici Alberto se ne deve andare. Io e Marta lo accompagniamo alla fermata della 90. Sulla strada del ritorno Marta mi abbraccia e mi tocca il sedere. Si mette a ridere. Arrivati a casa lo facciamo.

Improvvisamente, avvinghiati, la vedo. La osservo. Qualcosa non torna. È Marta, certo, ma non la riconosco. Vedo anche me stesso, come da fuori. Edoardo continua a fissare Marta e Marta guarda Edoardo. Continuo ad essere perplesso. Vorrei staccarmi, scappare, nascondermi. Non riesco a capire da dove venga tutta questa paura. Le tocco il viso. Voglio essere sicuro che esista, che sia lei e che sia qui. Sembra di sì. Ma questa persona ormai è un estranea. Una volta finito rimango sdraiato a fissare il soffitto.

La mattina dopo, mentre torno a casa, Adrian mi chiama. Ride. “Alberto mi ha detto che sei rimasto a dormire da Marta. Ci sei andato a letto?” Dico di sì. “Hai intenzione di andarci ancora?” Arrivo alla fermata della 90. “Credo sia finita” rispondo. “Questo è quello che dici sempre”. Il mio sguardo si ferma su i motorini legati dall’altra parte della strada. Una ragazza ne slega uno e se ne va. Mentre guardo questo fatto inutile rispondo ad Adrian “No. Oggi è diverso”.

Edoardo Legge

Edoardo Legge

Edoardo Legge nasce nel 2006 all'età di 23 anni nella città di Bombay. Nipote del colonnello Aureliano Buendia e del medico algerino Bernard Rieux, passa la sua infanzia fra il '45 e il '52 sul fiume Congo insieme allo zio alla ricerca di avorio. Dopo la guerra è costretto a scappare dalla Russia, dove si era creato una fortuna come giocatore d'azzardo, a causa della rivoluzione bolscevica. Si rifugia negli Stati Uniti dove durante la grande recessione è colto da un furore mistico e sulla strada si fa predicatore di uomini e topi. Cacciato anche dagli Stati Uniti ritorna infine in Italia dove muore a soli 22 anni per un morso di un ragno mentre scappava dai nazi-fascisti in un sentiero di montagna.

Attualmente lavora come avvocato e spera di non trasformarsi in un insetto. Nel tempo libero scrive per e.g.
Edoardo Legge

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