Oscar 2016: Istruzioni per l’uso.

Ci sono due avvenimenti di cui tutti, universalmente, a prescindere dalla propria estrazione socio-politica si sentiranno in dovere di parlare quest’anno: gli Europei e gli Oscar. In attesa che tutti i nostri conoscenti si trasformino in Commissari Tecnici a giugno, in questi giorni paiono tutti grandiosi esperti di cinema, al punto dal banalizzare il lavoro di chi studia anni per farne la propria professione.

Innanzitutto, ben pochi sanno chi sia a decidere i vincitori finali della competizione. I più vi risponderebbero “l’Academy”, con quello sguardo di supponenza che non troppo velatamente nasconde un “come facevi a non saperlo, idiota”. Beh, tecnicamente, è corretto, ma cos’è l’Academy? L’Academy è un’associazione a cui aderiscono oltre sei mila professionisti dell’industria cinematografica afferenti da diciassette diversi settori, sebbene per lo più (all’incirca il 20%) si tratti di attori e attrici. Quindi, la domanda “perché Tizio non è mai stato nominato” più volte di quante non si pensi potrebbe avere come risposta “perché stava sulle balle ai suoi colleghi”.

Le cose si fanno ancor più bizzarre se si tiene conto che a vincere il premio come Miglior Film non è la pellicola a strappare più consensi tra gli addetti ai lavori. Il meccanismo, piuttosto cervellotico, è spiegato da Kyle Stock a Bloomberg

“The toughest job is naming Best Picture, which is not necessarily the film that garners the most No. 1 votes. Members are asked to rank their movie-of-the-year choices—eight slots this year—rather than name a single pick, as they do in other categories. The Best Picture ballots are stacked based on the No. 1 votes, then the smallest stack is distributed based on the movies listed in second place. The process is repeated until one film has more than half of the ballots. A film with just a few No. 1 votes could take the category, provided it was No. 2 on enough ballots.”

Se ci avete capito poco, non vi preoccupate, anche noi. Essendoci otto film in nomination, il meccanismo dovrebbe essere equivalente all’assegnare un punteggio che va da 8 (al miglior film) a 1 (al peggiore) a ciascuno dei nominati e premiare quello che realizza la somma maggiore. Al contrario gli altri Oscar vengono assegnati normalmente al titolo che riceve più voti, con la specifica che i premi tecnici sono votati solo dai membri dell’Academy esperti in ciascun specifico settore.

Una polemica che sicuramente scalderà la lingua di molti è di quanto il premio tenda a penalizzare gli artisti di colore, con i più coraggiosi pronti a dire l’Accademy sarebbe un’associazione dai forti tratti razzisti. Gli attori paiono convinti sostenitori del problema, al punto che l’anno scorso Neil Patrick Harris nel suo discorso di presentazione dello scorso anno disse

“Tonight we honor Hollywood’s best and whitest – I mean brightest…”

A mio modo di vedere vanno fatte un paio di considerazioni per parlare con cognizione di causa dell’argomento. Innanzitutto, la presidentessa della suddetta Academy è Cheryl Boone Isaacs che, come potete vedere dalla foto, difficilmente sarebbe stata una simpatizzante del KKK.

BEVERLY HILLS, CA - FEBRUARY 15: Academy president, Cheryl Boone Isaacs arrives at the Academy Of Motion Picture Arts And Sciences' Scientific And Technical Awards Ceremony at Beverly Hills Hotel on February 15, 2014 in Beverly Hills, California. (Photo by Valerie Macon/Getty Images)

Inoltre, i numeri che vengono spesso citati da chi grida allo scandalo, sono analizzati in modo quanto meno miope. Come pubblicato da Lee and Law sul loro blog meno di un premio su dieci sarebbe andato a un attore nero e nel caso delle donne la statistica pare ancora più impietosa con un’attrice di colore su cento premiata come migliore attrice.

Academy Awards Infographic 18 24 - FINAL - REVISED 2-18-2015

Tuttavia, nella stessa immagine possiamo vedere come la percentuale di attori neri sul totale è del 12%, un numero abbastanza in linea con l’8% dei vincitori. Un discorso analogo si potrebbe fare per ogni categoria in cui la principale spiegazione all’assenza di vincitori di colore potrebbe spiegarsi, semplicemente, con un bassissimo numero di attrici e registi di colore.

Molto rumore per nulla? No, affatto. Il problema c’è, ed è reale, solo che non sono i giudici dell’Academy (che come detto sono 6300 addetti ai lavori) i cattivi della nostra storia. L’industria cinematografica è così avara di talenti di colore perché gli stessi americani che criticano l’Academy di razzismo, sono i primi a voler vedere film di bianchi per bianchi. Preferiscono vedere film che celebrino grandi menti e che diano ragione a loro stessi perpetuando il sogno americano. Abbiamo così Steve Jobs, Dalton Trumbo, Alan Turing, Re Giorgio, oppure film strappalacrime su i poracci di dell’ombriana memoria. Ma mai analisi dure, crude, e spietate sull’essenza della loro miseria, ma sempre storie di rivalse in cui i neri sono innalzati ad eroi perché provano a fare i … bianchi. Basti pensare a 12 Anni Schiavo —film sulla schiavitù ma di cui si ricordano principalmente dei bianchi—, La Ricerca della Felicità, The Butler e così via.

Se fai un film su la vita di una persona di colore, purtroppo, non puoi non parlare del razzismo e delle discriminazioni che questa è costretta a subire ascoltando come lei li racconterebbe. Hollywood o se ne dimentica o ne parla attraverso personaggi bianchi. Django? Christoph Waltz e Di Caprio migliori attori! The Butler? Ecco che il protagonista passa in secondo rivelandosi di fatto un pretesto per parlare dei presidenti. 12 Anni Schiavo? Come erano crudeli quei padroni, ma sicuramente è grazie ai padroni illuminati che i neri ne sono usciti. Il punto è che finché tutti i film sul razzismo sono girati dal punto di vista dei bianchi, i neri non ne saranno usciti e le discriminazioni continueranno, semplicemente spostatesi su un altro livello.

I produttori di Hollywood si eccitano a scrivere film in cui celebrano la grandiosità dell’America che, oibò, è ancora, nel 2016, pensata bianca. Provate a pensare un film di denuncia visto dal punto di vista di un nero, messo all’interno di un contesto di cultura nera, e di società nera. La crudele verità è che il problema di fare un film autentico sui neri è che se vuoi fare un film con un nero realistico di solito capita che i neri abbiano amici neri e frequentino ambienti popolati principalmente dai neri. E un film senza bianchi, ai bianchi, non vende.

Si, molto interessante, ma adesso basta divagare, diteci chi secondo voi meriterebbe di vincere! Il punto è che non stavamo divagando, e la risposta a questa domanda non può prescindere dal discorso appena fatto. Dalla povertà dei candidati di quest’anno, a nostro giudizio il film che meglio si erge imponentemente sulla concorrenza è Mad Max: Fury Road. Mad Max è un film tecnicamente perfetto, capolavoro assoluto del genere. Non ci sono struggenti storie d’amore o tragedie che possano commuovere il pubblico belante? Sticazzi. È un film d’azione, e in quanto tale è essenziale nel fare spettacolarmente ciò che deve, senza sbrodolare con porcate senza senso o monologhi appiccati per aiutare la comprensione del pubblico. E la fotografia? Beh, diffidate di chi fosse disposto a sacrificare questa inquadratura

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con una trametta che commuoverebbe le stesse cinquantenni che si trastullano guardando Uomini e Donne ripetendo a sé stesse e all’analista quanto siano sensibili.

Che c’entra con tutto quello che abbiamo appena detto? Sono gli stessi ragionamenti buonisti, la stessa superficialità, e la stessa voglia di vedere le cose sempre e solo con il proprio punto di vista che fanno sì che Mad Max non abbia riscosso tra il pubblico i consensi che avrebbe meritato, laddove la critica lo ha giustamente elogiato. Per questo stesso motivo la giuria ha premiato Il Caso Spotlight come miglior film perché, per l’ennesima volta, si è voluto far trionfare un film in cui l’eroe fosse il bianco cittadino americano in cui lo spettatore ama immedesimarsi, in questo caso atto a combattere gli abusi sessuali nella Chiesa.  In questo senso, Mad Max è un film ancora troppo nero.

Adrian Veidt

Nato da genitori immigrati negli Stati Uniti, presto rimane orfano ed entra in possesso di una cospicua eredità. A 17 anni, però, devolve tutto in beneficenza, convinto che la sua incredibile intelligenza e forza di volontà, e non le ricchezze, siano tutto ciò di cui ha bisogno per fare strada nella vita.

Ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e dai faraoni, Veidt intraprende un viaggio di auto-scoperta sulle tracce del condottiero, attraversando il mar Mediterraneo, l'Asia Minore e la Persia.

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