Melpomene, ovvero sulla Musa della Tragedia

L’odore di vomito era esasperante. Ma forse avevo solo bevuto troppo. Prima di alimentare ancora la mia nausea io e Alice usciamo di casa lasciando gli altri, ancora distrutti, distesi su i divani.
Fuori, per essere il primo dell’anno, non è così freddo, ma il cielo basso e terso non lascia passare il sole. Su tutta la collina viene a stendersi una luce che abbaglia tutto mentre il vento che sale dal mare brucia gli occhi.
Tre passi davanti a me, Alice cammina verso il paese. Ha degli scarponi troppo grandi per i suoi piedi e un maglione di pile tirato fino al collo. Si porta dietro la sua reflex. I muri di pietra delle case che la sera prima sembravano i sentieri di un labirinto ora sono solo rovine di una città una volta abitata. Le case sono basse, uno o due piani massimo. Ogni pietra sembra essere lì da sempre, come una sfida del paese alle intemperie.
Per le vie non passa nessuno, se non il vento, il vincitore assordante di una battaglia contro gli abitanti. I resti di questa lotta si vedono ancora in giro. Finestre rotte e case diroccate, macerie e travi spezzate, porte scardinate e tetti aperti. In mezzo a tutto ciò, Alice è a suo agio, come fosse nata nel mezzo di questa guerra.

Passiamo per lo stesso giardino con un solo albero in cui eravamo la sera prima io e Azzurra. Alice e io proseguiamo nella direzione opposta a quella in cui Azzurra era scappata. Arriviamo su una terrazza con i bordi in pietra. Alice sale in piedi sul cornicione. Sono troppo stanco per preoccuparmi ma la mia mano le si avvicina lo stesso. Ho sempre un po’ paura per Alice.
Prende la macchina fotografica e inizia a scrutare l’orizzonte. Sempre più lontano. Cerca i particolari del mare in fondo alla collina. Guarda il porto del paese vicino, osserva le navi che non partono, le reti dei pescatori tenute a terra e le porte sbarrate. In giro non si vede nessuno. Forse sono ancora tutti a casa. Forse non c’è mai stato nessuno in tutta la collina. Io e Alice forse siamo gli unici sopravvissuti, e osserviamo una civiltà perduta.
Mi siedo sul cornicione. Tengo i miei piedi dentro però. La mia paura delle altezze è sempre al solito posto. Fisso il mare calmo e grigio. Anche se distante, ne sento il sapore sulle labbra.

Improvvisamente mi tornano in mente le giornate di inverno da bambino al mare. Mi ricordo il porto, il freddo e la salsedine. Continuo a provare nostalgia per quel clima. Odio ancora più di prima il freddo. Mi giro a guardare il paese. Mentre riconosco le strade in cui avevo rincorso Azzurra la sera prima, mi immagino le vite passate in quelle case abbandonate. Immagino uomini temprati dal clima, con folte barbe e mani callose. Immagino donne con le guance rosse dal freddo con grosse sciarpe fatte a mano. Amori mai espressi, rozzi e ruvidi come il ferro.

Mentre sono perso in queste fantasie ottocentesche Alice si allontana. Non ho molta voglia di seguirla, ma non voglio tornare indietro. In mezzo alle rovine del paese Alice si muove agile. Ogni tanto si ferma, punta la macchina fotografica e scatta. Il suo sguardo è diretto sempre più lontano di dove guarda la sua reflex e nessuna delle foto sembra andare bene. Passiamo sotto un ponte fra due case. È ancora tutto in pietra. Sotto il ponte ci sono delle lucine ancora lì da natale che guidano verso un cortile. Mi punta la macchina contro. Mi sento un po’ minacciato. Mi stringo nel maglione e affondo il collo. La guardo. Lei scatta.

Con calma torniamo verso casa. Arrivati davanti al cancello mi fermo. Lì dove anche Azzurra aveva smesso di correre. Lì dove Azzurra aveva parlato. Lì dove mi ero messo a fissare il mare di notte, il nulla. Ritorno a guardare il mare. Dal cortile la vista si perde fra gli alberi in basso mentre più avanti spunta il mare, senza che si veda la costa. In lontananza l’orizzonte si fonde con il cielo e un unico strato grigio parte dalle cime degli alberi fin sopra la mia testa e oltre, dietro le montagne. Inizia a piovigginare. Mi si bagnano in parte le guance. Alice, con un piede già oltre il cancello, mi fissa. Rimaniamo immobili io e lei. Alice alla fine si siede, e io pure. Fisso le sue scarpe e i sassi che sta calpestando, mentre lei mi guarda. È stanca e vuole rientrare, ma i suoi piedi sono piantati per terra. Vorrei parlare. Il mare decide di farlo al posto mio, riempiendo tutti i silenzi fra di noi con intere conversazioni con il vento. Il discorso è sempre più acceso, ogni volta che il vento soffia, il mare si alza e cerca di raggiungerlo. Cerca di colpirlo con la spuma, ma l’unico effetto è solo quello di erodere gli scogli. Il vento da parte sua tira fuori il peggio del mare, sa dove colpire e come farlo agitare.

La natura finisce di parlare al posto nostro mentre io e Alice entriamo.

Dentro c’è solo Adrian. Ci informa che gli altri sono usciti a fare un giro poco prima. In parte sollevato mi siedo sul divano con lui. Anche Alice si siede affianco a lui. Rimaniamo così. Uno alla destra e una alla sinistra. Alice guarda le foto delle rovine e sorride mentre io cerco di dormire.
Dentro ora si sta bene. Un po’ di aria entra dalla finestra e mi accarezza il volto, mentre sotto le coperte rimango al caldo. Il sonno mi prende, mentre le chiacchiere di Adrian mi cullano. Un mare di discorsi si riversa su di me mentre Alice cerca di rispondere. Il rumore del vento etra e mi lascia in un sonno leggero. Poco dopo non sento più voci. Rimaniamo così, tutti e tre a dormire.

Fuori il vento continua a soffiare e pian piano cadono le prime gocce di una pioggia leggera e fredda. Il mare si agita e urla. Un suono primordiale che ogni uomo di mare conosce ma che nessuno sa raccontare. Il vento è più forte, porterà via le nubi domani; per il momento tutto tace e cade la pioggia.

Edoardo Legge

Edoardo Legge

Edoardo Legge nasce nel 2006 all'età di 23 anni nella città di Bombay. Nipote del colonnello Aureliano Buendia e del medico algerino Bernard Rieux, passa la sua infanzia fra il '45 e il '52 sul fiume Congo insieme allo zio alla ricerca di avorio. Dopo la guerra è costretto a scappare dalla Russia, dove si era creato una fortuna come giocatore d'azzardo, a causa della rivoluzione bolscevica. Si rifugia negli Stati Uniti dove durante la grande recessione è colto da un furore mistico e sulla strada si fa predicatore di uomini e topi. Cacciato anche dagli Stati Uniti ritorna infine in Italia dove muore a soli 22 anni per un morso di un ragno mentre scappava dai nazi-fascisti in un sentiero di montagna.

Attualmente lavora come avvocato e spera di non trasformarsi in un insetto. Nel tempo libero scrive per e.g.
Edoardo Legge

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