Steven Moffat, ovvero L’Elogio della Coerenza

Posso -più o meno orgogliosamente- dire di aver passato buona parte della mia non più giovanissima esistenza guardando telefilm. Cinque mesi, ventun giorni e tre ore, per l’esattezza. Un regista con cui collaborai tempo fa un volta mi disse

“Adrian, dopo i grandi poemi, il teatro greco e latino, Shakespeare,  Molière, Goldoni, Pirandello, e i russi, le trame trame sono state raccontate più o meno tutte, quindi se vuoi distinguerti devi lavorare sulla forma.”

Interi dibattiti si potrebbero fare su questa affermazione, ma non è quello di cui interessa parlare a me. Piuttosto, volevo scrivere di come le serie tv stiano diventando il mezzo di espressione narrativa prevalente, dopo che per anni il cinema l’aveva fatta da padrone, a sua volta a discapito del teatro. Non sono qui per discutere se questa evoluzione sia giusta o sbagliata, anzi. Diffidate dai sedicenti esperti di un qualsivoglia settore artistico che colpevolizzano lo spettatore dell’insuccesso della propria arte.

Ci sono tanti aspetti formali che mi piace valutare in una serie tv,  ed ognuno di questi meriterebbe un articolo a sé. Si potrebbe parlare della fotografia di Breaking Bad, del video-editing di Utopia, della regia di Luther, o delle interpretazioni di Benedict Cumberbatch. A me però piacerebbe però analizzare un altro aspetto “tecnico” di uno dei telefilm più popolari al momento, ovvero della sceneggiatura di  Doctor Who.

Doctor Who è dal 1963 una sorta di religione di Stato in Inghilterra, al punto che i giovani attori crescono col mito di interpretare o i personaggi di Shakespeare o il Dottore. Se pensate stia esagerando, basti vedere come ogni anno gli inglesi si ritrovino il giorno di Natale attorno al piccolo schermo per vedere l’episodio speciale della serie, con una sacralità ancor maggiore di quella che dai noi è riservata a “Una Poltrona per Due”. Dopo una breve pausa negli anni 90, in cui difficilmente le avventure di un alieno che viaggia nello spazio-tempo si sarebbero potute inserire in un palinsesto che prediligeva Baywatch e Hercules, nel 2005 la serie è stata rilanciata prima da Russel T. Davies e poi da Steven Moffat.

Il modo di scrivere di questi due show-runner, seppur sia diverso, ha un punto in comune che è tanto apprezzato dai bravi registi teatrali di tutto il mondo: la coerenza. Detta così pare cosa ovvia, al punto che viene da chiedersi chi mai sano di mente farebbe uno show completamente privo di nessi causali. J.J. Abrams. Basti pensare ad Alias, Lost, e più o meno tutto quello che su cui il produttore ha messo mano si basa sull’espediente narrativo faccio succedere tante cose fighe a caso che tanto le spiego dopo.

Steven Moffat è l’esatto opposto. Ogni singola battuta è quello che il personaggio avrebbe detto in quel punto esatto della trama, ogni singola azione la risposta allo stato emotivo del personaggio in quel momento. Non mancano i colpi di scena, ma essi non sono mai improvvisati dal nulla col bisogno postumo del personaggio di spiegare cosa fosse successo. Per carità, a volte queste spiegazioni ci sono, come ad esempio nello speciale di Natale di Sherlock del 2015 o nel finale della quinta stagione di Doctor Who, ma sono sempre per facilitare la comprensione allo spettatore e non per giustificare qualcosa di assolutamente casuale capitato poco prima.

Il punto più alto Moffat lo raggiunge però quando non sente il bisogno di spiegare al pubblico cosa stia facendo perché sarebbe innaturale per i personaggi farlo. In particolare mi riferisco al finale dell’ottava stagione e quasi all’intera nona stagione di Doctor Who. Prendiamo per esempio l’ultimo episodio dell’ottava stagione: Death in Heaven. A costo di perdere quegli ultimi due lettori che hanno deciso di continuare a leggere queste mie considerazioni, analizzerò nel dettaglio pezzi cruciali della sceneggiatura di questo episodio, quindi se non li aveste ancora visti, dopo aver fatto mea culpa ed esservi profondamente vergognati, siete liberi di saltare alle conclusioni per evitarvi spoilers.

Recap della trama: il Dottore scopre nell’episodio precedente, Dark Water, che dietro alla misteriosa Missy altro non c’è che il Maestro, suo acerrimo nemico di sempre, che minaccia di radere al suolo la Terra (di nuovo) con l’ausilio dei Cybermen. Tuttavia, nel momento in cui si trova davanti al Dottore, anziché ordinare l’annichilamento del genere umano, arriva il coup de théâtre: Missy regala l’armata di Cybermen al Dottore. Perché?

Nel finale della quarta stagione, The End of Time, il mondo sta, stranamente, per finire, questa volta per mano dei Timelords, la razza del Dottore. Dopo che il Maestro è stato antagonista del Dottore per circa cinquant’anni di televisione, resosi conto di essere manipolato dagli stessi Timelords che minacciano la Terra, decide di sacrificarsi mettendosi, letteralmente, tra loro e il Dottore, salvando così baracca e burattini. Sarebbe stato assurdo e incoerente che tornasse come niente fosse nell’ottava stagione e volesse uccidere tutti da capo, così, tanto per. Nell’atto di consegnare al Dottore il bracciale con cui comandare l’intera armata di Cybermen, Missy dice:

MISSY: I need you to know we are not so different. I need my friend back.

Questo è quello che il personaggio doveva pensare in quel momento. Missy sa che il Dottore è uno spietato Timelord, al punto che avendo sempre fallito nei suoi tentatitivi di distruzione globale, è facile immaginare come a conti fatti abbia ucciso molta più gente il Dottore del Maestro. Missy si è sacrificata per lui, conosce il Dottore è legata a lui da un legame secolare che va oltre l’amicizia, quindi crede davvero di stare facendo il bene dell’amico ricordandogli quanto sia spietato. All’inizio della nona stagione descrive a Clara la sua relazione col Dottore dicendo:

CLARA: Since when do you care about the Doctor?
MISSY: Since always. Since the Cloister Wars. Since the night he stole the moon and the President’s wife. Since he was a little girl. One of those was a lie. Can you guess which one?
CLARA: He’s not your friend. You keep trying to kill him.
MISSY: He keeps trying to kill me. It’s sort of our texting. We’ve been at it for ages.
CLARA: Mmm. Must be love.
MISSY: Oh, don’t be disgusting. We’re Time Lords, not animals. Try, nano-brain, to rise above the reproductive frenzy of your noisy little food chain, and contemplate friendship. A friendship older than your civilization, and infinitely more complex.

Moffat questo lo sa, quindi sa benissimo che non avrebbe narrativamente alcun senso che il Maestro se ne sia dimenticato al momento del suo ritorno. Dal momento che non mi viene difficile immaginarlo come un burlone ego-maniaco, lo sceneggiatore inglese decide di farlo con un tocco di classe. Nello speciale per il cinquantesimo anniversario aveva inserito il personaggio di Osgood per rappresentare il fandom come sorta di ringraziamento per l’affetto e il supporto che la serie stava ricevendo, e il personaggio era ovviamente stato subito amato dal pubblico. Prima che Death in Heaven finisca, Steven Moffat manda un segnale tanto chiaro quanto geniale agli spettatori quando Missy rivolgendosi a Osgood dice:

MISSY: I’ll kill you in 60 seconds.

Sessanta secondi dopo, Osgood viene bruciata dal laser di Missy. In quel preciso istante Moffat sta dicendo esplicitamente allo spettatore che la coerenza viene prima dei gusti dei fans, e di conseguenza il finale non farà eccezione a questo principio. Geniale. Chapeau.

Anche il fatto che Cyber-Danny non si riesca a ribellare al controllo mentale di Missy grazie a qualche romanticismo patetico, ma perché

DOCTOR: Love is not an emotion, love is a promise.

Logico, razionale, coerente. La stessa coerenza che costringe Danny a fare quello che il suo personaggio farebbe (ovvero riportare in vita il bambino rimasto ucciso in guerra) e non quello che i fans vorrebbero (ovvero tornare da Clara). Stupendo anche che Clara faccia un pippone a Cyber-Danny sul fatto che il Dottore sia il suo migliore amico e in quanto tale non gli mentirebbe mai e due secondi dopo lo chiama ricattandolo moralmente:

CLARA: Either you help me or you leave me alone.

Non sarà romantico e cinematografico, ma è mega realistico e coerente col personaggio di Clara. Al momento del loro addio, sul finale di puntata, entrambi si mentono perché sono contenti che l’altro sia felice e non vorrebbero rovinare la reciproca felicità con le proprie miserie. Ancora, non è forse quello che i fans volevano, ma è autentico. Non è un caso che quando poi la stessa Clara innescherà la serie di eventi che porteranno alla di lei morte nella nona stagione, la coerenza sia ancora lì a farla da padrone: come in un qualunque episodio di Games of Thrones se fai una cosa stupida poi ne paghi le conseguenze, anche se  ciò vuol dire morire e sei la co-protagonista. E, ironicamente, è proprio Maisie Williams, i.e. Arya Stark, che nei panni di Ashildr in Hell Bent lo ricorda al Dottore:

DOCTOR: You killed her.
ASHILDR: No.
DOCTOR: You let it happen.
ASHILDR: No, I didn’t. Neither did you. She did. She died for who she was and who she loved. She fell where she stood. It was sad, and it was beautiful. And it is over. We have no right to change who she was.

Tra l’ottava e la nona stagione ci sono state molte speculazioni sul fatto che la strepitosa Michelle Gomez tornasse o meno a vestire i panni di Missy, giacché il Cyber-Brigadiere l’aveva apparentemente uccisa nel finale dell’ottava. Ma Missy, per la coerenza di cui sopra, non poteva essere morta, perché sempre in Death in Heaven, quando sull’aereo presidenziale suona il telefono lei dice:

MISSY: Oh, and now it begins. Doctor, I do believe you’re on call. Miss Oswald expects. Who else but the girl who’s got your number? Whoops!
DOCTOR: It was you!
MISSY: (Cockney) Computer helpline, love. That’s the one. Best helpline in the universe.
DOCTOR: You put us together.
MISSY: I kept you together.
DOCTOR: Why?
MISSY: Cos she’s perfect, innit? The control freak and the man who should never be controlled. You’d go to hell if she asked. And she would. The phone’s ringing, Doctor. Can you hear that? Now that is the sound of your chain being yanked. Heel, Doctor! (as Clara) Help me, Doctor. Help me. Help me, Doctor.

Mentre, le sue ultime sono:

MISSY: Seriously. Oh, Doctor. To save her soul? But who, my dear, will save yours? Say something nice. Please?
DOCTOR: You win.
MISSY: I know.

Il piano per  mostrargli che “we’re not so different” non era regalargli un’armata che sapeva avrebbe rifiutato, ma “go to hell if she asks”. Missy voleva che il Dottore uccidesse la sua migliore amica per dimostrargli che era un assassino senza scrupoli non diverso da quanto non lo fosse lei, perché in quel momento Missy era disarmata e non stava minacciando la vita di nessuno, quindi sarebbe stato un omicidio volontario. Il Maestro voleva che il Dottore lo capisse e lui, capendolo, glielo dice “you win”. Ovviamente, sapendo che sarebbe stata uccisa, è facile immaginare che avesse un piano di fuga, come in effetti poi si scopre in The Magician Apprentice. 

Poi, c’è tutto il resto. La recitazione di attori clamorosamente bravi come David Tennant, John Simm, Matt Smith, Peter Capaldi, o Michelle Gomez, la regia, la fotografia, le musiche: anche a sforzarsi è davvero difficile trovare qualcosa di fatto male. Per tutti questi motivi, Doctor Who non solo andrebbe vista e rivista in modo da poter gustare e capire cosa sia dietro a ogni singola scelta, ma andrebbe insegnata in ogni scuola di drammaturgia.

Adrian Veidt

Nato da genitori immigrati negli Stati Uniti, presto rimane orfano ed entra in possesso di una cospicua eredità. A 17 anni, però, devolve tutto in beneficenza, convinto che la sua incredibile intelligenza e forza di volontà, e non le ricchezze, siano tutto ciò di cui ha bisogno per fare strada nella vita.

Ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e dai faraoni, Veidt intraprende un viaggio di auto-scoperta sulle tracce del condottiero, attraversando il mar Mediterraneo, l'Asia Minore e la Persia.

Latest posts by Adrian Veidt (see all)

Lascia un commento