Fame di Vita

Che Elena non sia una ragazza come le altre lo si capisce fin dalle prime battute che ci scambiamo. Avremmo dovuto vederci a Milano per chiacchierare della malattia a voce, di persona, ma per ragioni logistiche la cosa non si rivela possibile e siamo costretti a dover ripiegare sul mezzo telematico. Nonostante questo, le sue parole, anche solo digitate e lette, sono di quelle potenti, di quelle che ti fanno fermare a riflettere. Elena non è una ragazza come le altre non tanto per quello che ha dovuto affrontare: quello le è capitato come una straziante e dolorosa polmonite. Elena non è una ragazza come le altre per come ha scelto di affrontare quella polmonite, per quello che ha deciso che sarebbe stata la sua vita durante e dopo la malattia: perché nessuno sceglie di ammalarsi, ma per guarire bisogna volerlo ed Elena lo ha voluto con tutte le forze.

Ma questo cappello non vuole peccar di piaggeria, e non ci vogliamo limitare a raccontare quello che lei ha già avuto modo di dire né in televisione né tramite i suoi profili social, diventati nel giro di poche settimane veri e propri punti di incontro e discussione per chiunque fosse sensibile sul tema. Perché questa non è la storia di una delle tante, spesso ignorate, ragazzine affette da un disturbo alimentare. Questa è la storia di una donna che ha scelto di mettere a disposizione la propria esperienza per aiutare il prossimo, da un lato essendo di conforto a chi teme di non riuscire a liberarsi di questi disturbi, dall’altro spiegando quanto questi possano essere distruttivi a chi li conosce solo con superficialità.

Adrian: Se ti va ti chiederei di iniziare raccontandoci la cosa più importante di tutte: come ti senti adesso? E, sempre partendo dalla fine, quando hai capito di avere come “missione” quella di aiutare il prossimo?

Elena: Adesso diciamo che mi sento al meglio da quando mi sono ammalata. Non posso dire di stare ancora bene perché purtroppo le malattie psicologiche sono molto infime e ci vuole tanto tempo e lavoro per sradicarle del tutto; però, mai stata meglio!

Mi sento come una fenice che sta rinascendo dalle proprie ceneri. Ora voglio vivere e amo la vita, anche se non è perfetta. E non è che ho capito di avere questa missione: ne avevo bisogno e dovevo trovare uno scopo per aver provato tutto quel dolore. E il mio scopo è aiutare chi ha bisogno perché ho scoperto molte cose di me e voglio rendermi utile.

Adrian: Capisco bene le subdole insidie delle malattie psicologiche, ma comunque stai dimostrando grande forza nel combatterla. Per molte persone la parte più difficile è rendersi conto di avere un problema e decidere di fare qualcosa per risolverlo. Ti va di raccontarci cosa ti ha fatto capire che non potevi andare avanti con la malattia?

Elena: Perché mi faceva soffrire: la malattia mi torturava, volevo vivere e me lo impediva. Allora ho detto: soffrirò affrontandola, ma sarà per un buon motivo.

Adrian: In genere queste malattie costringono a vivere di nascosto, ingannando chi ci sta intorno perché non ci scopra malate. E’ stato anche per te così?

Elena: Si. Prima di tutto ho dovuto ammetterlo a me stessa di essere malata, ma, una volta realizzata la cosa, avevo il terrore di dirlo. Volevo nasconderlo a tutti perché non volevo che si preoccupassero, si intromettessero e soffrissero per me

Adrian: Tante altre ragazze si sentono come drogate dalla malattia e tendono a nasconderla per inconscia paura che dall’esterno possano cercare di interromperla. Ti fa onore che tu invece fossi preoccupata dal fatto che gli altri potessero stare male perché spesso non ci si rende conto del fatto che stiamo facendo male alle persone che ci vogliono più bene. Quanto ci hai messo dal momento in cui hai realizzato di essere malata al volerne uscire?

Elena: Subito, appena me ne sono accorta volevo uscirne, ma una parte di me non voleva. Per questo ci è voluto tanto tempo e tanti tentativi.

Adrian: Hai mai pensato di potercela non fare?

Elena: Sempre.

Adrian: E cosa ti ha dato la forza di non arrenderti?

Elena: Non potevo accettare l’idea di vivere una vita così.

Adrian: E adesso ti senti meglio?

Elena: Si, moltissimo.

Adrian: Hai avuto amici o un fidanzato che ti è sia stato particolarmente vicino in questo doloroso processo, o hai dovuto affrontarlo da sola?

Elena: Solamente i miei genitori: non avevo nessuno e mi avevano abbandonata tutti.

Adrian: Non deve essere facile adesso fare nuove amicizie dal momento che nel momento del bisogno non ci sono state. Come la stai vivendo adesso: riesci a far finta di niente o hai fatica a fidarti del prossimo?

Elena: No, non faccio fatica, credo molto nelle persone. Ed è stato giusto così, ho capito chi sono i veri amici da tenersi stretti, anche se sono pochi.

Adrian: Col passare degli anni penso sia fisiologico scremare le persone, anche solo perché si prendono strade diverse dalle nostre, però eventi traumatici in cui ci si sente soli possono renderti ancor più introverso. Cosa ti fa avere così tanta fiducia nel genere umano e cosa consigli a quelle persone meno forti di te che si incapaci di fidarsi nuovamente di qualcuno?

Elena: Penso che gli esseri umani abbiano tutti bisogno di essere ascoltati e tutti hanno dentro qualcosa che li rende unici, anche se spesso lo tengono dentro per paura che questi li renda diversi. Ma se tu ti mostri per quel che sei, di conseguenza l’altra persona o si aprirà o si spaventerà.

In ogni caso non bisogna sentirsi in difetto: siamo tutti diversi. Ma io sono sicura che ci sia delle luce in tutti, per questo non bisogna aver paura. È solo provando a fidarsi che si può scoprire il bello delle persone.

Adrian: Sono d’accordissimo. All’inizio, superficialmente, pensavo che alcune persone fossero meno interessanti e per questo non meritevoli di venire ascoltate. Quello che ho realizzato col tempo invece è che non esiste persona che non abbia una storia interessane da raccontare, sta solo a noi avere la voglia di farlo. Oltre alla paura che ti renda diversi, secondo me c’è anche il fatto che ascoltare una persona simile a noi (in termini di valori, costumi, modi) è sicuramente più facile e quindi costa meno fatica interpretare quello che ci dice.

Per chiudere, ora che sei passata dall’altra parte della metaforica barricata, e che stai facendo questa cosa meravigliosa di voler aiutare le persone affette dalla malattia, che messaggio vorresti lasciare a quelle persone che pensano che la malattia sia inevitabile e faccia stare loro meglio?

Elena: Voglio dire a tutte quelle persone di non fidarsi di quelle sensazioni che sembrano far pace perché è solo un processo transitorio. E breve, oltre che falso. Perché si arriva presto ad un punto in cui la malattia ci fa soffrire più di quanto non faccia la realtà. E allora sta lì la scelta: soffrire affrontando la malattia, ma rischiare almeno di avere una chance di una vita migliore, oppure non fare niente e soffrire per la malattia, assicurandoci una vita d’inferno, se non addirittura la morte? Soffrire per arrivare a vivere, o soffrire ed arrenderci per sempre alla sofferenza?

Direi a tutte quelle persone di alzare la testa, e darsi sempre una possibilità, perché si può guarire. E la vita, per quanto dura, è sempre meglio del vuoto infernale rinchiuso in quella gabbia senza senso.

Adrian: Elena, davvero grazie mille per aver voluto condividere con noi la tua esperienza, sono convinto possa essere una testimonianza importante sia per chi quotidianamente combatte con la malattia che per quelli che invece non la conoscono se non come uno stereotipato “non mangia per dimagrire”. Credo che rendere le persone più consapevoli della natura del problema sia importante per aiutare a sconfiggerlo; è bene che le persone capiscano che, come dici bene tu, è una malattia e non ci deve essere nessuna vergogna del riconoscerlo e nel voler guarire.

Adrian Veidt.

Adrian Veidt

Nato da genitori immigrati negli Stati Uniti, presto rimane orfano ed entra in possesso di una cospicua eredità. A 17 anni, però, devolve tutto in beneficenza, convinto che la sua incredibile intelligenza e forza di volontà, e non le ricchezze, siano tutto ciò di cui ha bisogno per fare strada nella vita.

Ossessionato dalla figura di Alessandro Magno e dai faraoni, Veidt intraprende un viaggio di auto-scoperta sulle tracce del condottiero, attraversando il mar Mediterraneo, l'Asia Minore e la Persia.

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