L’Altro Lato Dello Stupro

Ho ventitré anni e due anni fa sono stata stuprata.

Odio la parola “stupro”. Mi fa pensare a qualcosa che accade prepotentemente dietro ad un cespuglio in mezzo al parco. Mi fa pensare a qualcosa di così violento che fa paura. Odio questa parola perché ancora adesso non la sento mia, eppure due anni fa un ragazzo mi ha stuprata. Non è successo in maniera violenta, né dietro ad un cespuglio in mezzo al parco, ma è successo e, sebbene preferisca dire “sesso non consenziente”, la verità è che è stato stupro.

E’ un’esperienza di cui è difficile parlare, ma non perché faccia fatica a farlo. Non ne parlo perché ho scoperto tempo fa che tutti hanno una propria idea su cosa voglia dire e cosa comporti essere stuprati, e che si fa fatica a lasciarla andare e semplicemente ascoltare.

C’è stata l’amica apprensiva che quasi ha pianto; quella che ormai ti vede solo come qualcosa di rotto che lei sente il dovere di aggiustare; l’amico che si sente in colpa in nome del genere maschile; quello che invece non capisce e dice “ma sì, succede”, e quello che pensa te la sia cercata.

Ma c’è bisogno di parlarne. C’è bisogno di cercare di distruggere i preconcetti e raccontare quegli aspetti di cui non si parla, di parlare dell’altro lato dello stupro.


È successo una sera come tante. Io e la mia coinquilina siamo fuori a bere e incontriamo due ragazzi. A lei piace uno dei due, quindi io chiacchiero con l’altro mentre lei si gioca le sue carte. Alla chiusura del locale ci invitano a continuare a bere a casa loro, in una delle zone della Londra bene. Invaghita sia dal ragazzo che dalla zona, la mia amica vuole andare, ma io non sono convinta. Mi dice di aver bisogno di farlo, di essere appena uscita da una brutta relazione.

“We go, stay for a bit, and then take a cab home. I promise!”

Guardo di nuovo i due ragazzi, sembrano per bene. Uno è un militare, l’altro architetto. Saranno stati i drink della serata, o lo sguardo implorante della mia amica, ma mi lascio convincere. Le dico che va bene, ma che se le cose iniziano ad andare male, ce ne andiamo.

Prendiamo un taxi tutti e quattro, ci fermiamo in un negozio aperto fino a tardi e i ragazzi comprano due bottiglie di champagne e del gelato.

Arriviamo a casa loro, è un posto pazzesco, la vera Londra ricca. La serata procede in maniera estremamente tranquilla. Il militare prende la chitarra e inizia a suonare, mentre noi altri beviamo, e mangiamo il gelato. Non sono preoccupata. La mia amica inizia a baciare il militare, e lentamente spariscono in un corridoio. Io continuo a parlare con l’altro, tutto molto serenamente. Lui non prova ad avvicinarsi, non prova a fare niente. Non mi sento in pericolo. Anche lui deve essere stato costretto a fare da spalla all’amico. Continuiamo a bere, e ormai sono troppo ubriaca. Voglio andare a casa, ma la mia amica non torna. Dico all’architetto che devo andare, e che devo cercare la mia amica. Non posso lasciarla qui, ma non trovo la camera in cui è andata col militare. Continuo a cercarla, ma non mi reggo in piedi. Entro in una delle stanze e mi siedo sul letto. Mi gira la testa. Mi devo sdraiare. Sono da sola, vestita, e svengo per via del troppo alcol in corpo.

Non so quante ore dopo, mi sveglio all’improvviso. Ho caldo e faccio fatica a respirare. Sento l’architetto muoversi sopra di me e il suo pene dentro di me. Guardo per terra e vedo le mie mutande verde acqua brillare come una pietra sul pavimento bianco. Non capisco cosa stia succedendo. Non mi ricordo di aver iniziato a fare sesso. Non mi ricordo di averlo voluto. Non mi ricordo di averlo mai chiesto. Sono sotto shock, non riesco a muovermi o a parlare. Esco fuori da me stessa e guardo la situazione da accanto al letto; come se sotto l’architetto non ci fossi io, ma un’altra. “Forse dovrei urlare”, ma non riesco. Non ho controllo sul mio corpo. Non importa, la casa è grande e la mia amica non sentirebbe. Rimango stesa senza parlare. Guardo l’architetto, lui nemmeno se ne accorge. Forse è ancora ubriaco.

Improvvisamente si ferma. Io lo sto fissando, lui alza la testa e mi guarda pallido, gli occhi spalancati. Si alza di fretta, prende i pantaloni, e corre in bagno. Io sono ancora fuori da me, ma sento il liquido caldo colare. Lui ritorna poco dopo, ancora nudo.

“Did you wear a condom?”

Sento la mia voce, è calma. Sono ancora sotto shock.

“I did, but it broke.”

Lo guardo. Il preservativo è messo su a metà ed è squarciato. Non ho guardato bene prima che entrasse in bagno, ma non ricordo il preservativo.

Lui è pallido.

“I’m going to the pharmacy to buy you the morning after pill.”

Non rispondo. Non capisco. Lui si riveste ed esce. Mi rivesto pure io, e mi aggiro per la casa cercando la stanza in cui è la mia amica. La trovo mentre il militare è in bagno. Lei si sta rivestendo, è entusiasta. Mi racconta di come abbiano passato la notte a parlare e baciarsi. Niente sesso. Le racconto brevemente. Non capisce.

“C’mon, it’s not as bad as you make it sound. You’ll take the pill and everything will be fine!”

Il militare torna e cerca di convincerci ad andare a fare colazione tutti insieme. Io ancora non capisco, tutto è confuso, non riesco a pensare. Torna anche l’architetto. Ha portato dei succhi di frutta. È domenica e la farmacia è chiusa.

Andiamo a fare colazione in un bar estremamente elegante. La mia amica è fuori di sé per la gioia. Io sono ancora fuori da me e basta. La colazione sembra la cosa più normale del mondo. Finalmente finisce. Il militare e l’amica si scambiano i numeri di telefono, e poi guardano noi. L’architetto con sguardo vitreo mi chiede il mio. Gli do un numero sbagliato e non gli chiedo il suo. Ci allontaniamo.

La mia amica passa il resto della giornata a raccontarmi della sua notte. Di quanto si sia divertita, e di come si senta meglio. Di quanto sia dolce il militare, e di quante cose abbiano in comune. Nei mesi successivi lei e il militare continueranno a scriversi e vedersi ogni tanto, per poi smettere una volta tornato in servizio.

Io non parlo. Ascolto.

La sera capisco cos’è successo. Realizzo di non aver né detto né fatto intendere di voler fare sesso con lui. Che deve essere entrato nel mezzo della notte nella stanza, e deve avermi spogliato mentre ero priva di sensi. Che non ha mai indossato il preservativo, ma l’ha messo solo dopo; per quello che è andato in bagno così velocemente, portandosi i pantaloni, ma uscendo senza. Quante volte è successo? Era buio quando mi sono sdraiata, ma mattina quando ho ripreso coscienza. Improvvisamente ritorno nel mio corpo. Perché non l’ho fermato? Perché non ho urlato? Perché mi sono trovata lì?

Il giorno dopo vado alla clinica sessuale di Londra.  Sono la prima in fila.

Mi fanno mille domande.

“How old are you?” “Have you ever been pregnant?” “Are you trying to be pregnant?” “Do you take any contraceptive?” “When was your last period?” “Did you have consensual sex in the past two weeks?” 

“I need to know darling, I’m sorry i’m asking all these questions, it’s just the routine. Did you have consensual sex in the past two weeks?”

“I’m not sure…”

“Was it protected?”

“No.”

L’infermiera sbianca. Mi fa aspettare in un’altra stanza. Poi arriva la dottoressa. Non mi può dare la pillola perché l’ho dovuta prendere la settimana prima per via di un preservativo veramente rotto con il ragazzo con cui sto uscendo.

Mi chiede se voglio fare causa al ragazzo. Dico di no. Non è malvagio, o almeno non credo. E’ un ragazzo che da ubriaco ha fatto un errore, così come ho fatto un errore anche io. Non voglio rovinargli la vita per questo.

“Are you not worried he might do this to other girls?”

Non lo so. Non credo. Non so cosa possa aver frainteso, non so dove possa avergli fatto intendere di voler fare sesso con lui.  Andare a casa loro è stata un’idiozia, ma essere spogliata mentre incosciente è inaccettabile. Penso non sarei dovuta andare, che è stata una cattiva idea fin dal principio. Basta questo a rendermi colpevole di quello che è successo? Dov’è il confine? Di chi è la colpa? Mia per essermi trovata lì, o sua per essersene approfittato? Non so cosa pensare. Non odio lui, ma odio me stessa per essermi trovata lì. Poi penso alla mia amica e a quanto diversa sia stata la sua esperienza…

“Do you feel vulnerable? You definitely look like someone who’s vulnerable”.

Non mi sento vulnerabile, ma la dottoressa è particolarmente invadente e sgradevole. Me ne vado nel panico.

Ormai è martedì e io ancora non ho preso la pillola. Sono in ansia. Ero nel mezzo dei miei giorni fertili e non sono coperta da nessun contraccettivo. Entro nella prima farmacia che trovo. Chiedo la pillola. Qui la devo pagare. Mi chiedono se l’ho mai presa prima. Mento e dico no.


L’altro lato dello stupro è quello che succede dopo il “sesso”. Quello che ti porti a casa una volta che te ne vai.

L’altro lato dello stupro sono le due settimane successive, in cui continui a pensare di poter essere incinta, in cui non sai se ti ha passato qualche malattia e non puoi nemmeno testarti perché è passato troppo poco tempo. Sono le due settimane di agonia, tormentata dai pensieri. Quando tutti i discorsi sull’aborto improvvisamente non sono più un esercizio mentale, ma una possibile realtà. Quando nonostante aver passato la vita contro l’aborto, inizi a vacillare. Quando la possibilità di avere un figlio ti colpisce. Quando non sai cosa fare. E se poi partorisci un figlio che odi per via di quello che rappresenta?


Due settimane dopo arriva il ciclo. Piango.


Due anni dopo sto bene. Continuo ad avere la stessa vita sessuale che avevo prima di quella notte. Ho fatto di tutto per fare sì che questa esperienza non mi deragliasse dai binari della mia normalità. Non ci penso spesso. La mia idea degli uomini non è cambiata. Le cicatrici rimaste non sono profonde.

E ci sono giorni in cui la paura ritorna.

L’altro lato dello stupro è quello che esce nel mezzo della notte. È il lato che si palesa di nascosto, senza preavviso. Quello che arriva quando sei con il tuo ragazzo e si rompe il preservativo. È quello che trasforma il tuo ragazzo nell’architetto, e che ti fa rivivere quella notte e quelle due settimane all’improvviso, violentemente, e senza via di fuga. È quello che ti prende nel petto, e che inizia a stringere. È il lato che sai ti accompagnerà per sempre, ed è bene che inizi a conoscere.  È il lato che ti sveglia, ma che impari a combattere, e ad usare per farti alzare e andare ad aiutare chi ha bisogno.

Ieri sera sono stata svegliata da un gruppo di ragazzi per strada. Sarà stato un angolo di sogno scappato per sbaglio, ma ho sentito una ragazza chiamare aiuto, urlare di fermarsi. Mi sono alzata di corsa, non ho avuto paura. Ho sentito il dovere di fare qualcosa, di aiutarla. Ho aperto la finestra per capire dove andare, ma in strada c’erano solo ragazzi.

L’altro lato dello stupro è questa sensazione di forza che ti pervade. È il coraggio di rialzarsi e di non farsi fermare.­ E’ il lato che non ti rende fragile, ma più forte di prima.

Sono tornata a letto, e ho iniziato a pensare a quella sera. A come io non abbia urlato e non abbia chiesto aiuto. A come vorrei tornare indietro e aiutare me, e come vorrei poter aiutare chiunque si trovi in quella situazione.

Persa nei miei pensieri mi sono addormentata. Oggi mi sono svegliata, e la vita è andata avanti come al solito. Ed anche questo è il lato dello stupro di cui non si parla.

Antoine-August Le Blanc

N.A. In inglese, la parola “rape” indica un qualsiasi atto sessuale avvenuto senza consenso di una delle due parti, e, a differenza dello “stupro” italiano, non richiede che l’atto avvenga mediante violenza. In questo articolo la parola “stupro” è da intendere secondo il significato inglese di “rape”.

Sophie Germain

Sophie Germain

Matematica, fisica, e filosofa. Scrive sotto pseudonimo, perché il sesso di chi scrive non cambia il significato di ciò che viene scritto.
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